Cosa significasse nascere nell’antichità e soprattutto donne? è l’indagine al centro dell’evento espositivo allestito nella Palestra grande all’interno del Parco Archeologico di Pompei. Curata da Francesca Ghedini e Monica Salvadori, la mostra è un affascinante percorso immersivo e interattivo grazie ai podcast tematici che ci riportano nei luoghi dove vissero otto donne di diversa estrazione sociale. Dalla domus, centro del potere della matrona, fra tarda repubblica e primo impero le donne conquistarono spazi sempre più ampi al di fuori dell’orizzonte domestico potendo amministrare beni di famiglia diventando in alcuni casi imprenditrici di successo, mentre quelle meno fortunate o meno capaci lavoravano come salariate, libere professioniste o schiave. Quel che emerge è un quadro variegato e complesso dove sull’essere donna gravava l’imposizione di essere moglie e madre (spesso anche in giovanissima età). La cinematografia soprattutto degli albori contribuì a sviluppare una narrazione della donna del mondo antico come creatura debole da proteggere o “oggetto” erotico contribuendo alla nascita di stereotipi di genere dai quali ancora oggi si fa fatica ad uscire, sebbene le donne siano sempre più emancipate e per fortuna libere di decidere del proprio futuro. Eppure non è sempre così, le basi del patriarcato sono difficili da scalfire. Questo mese ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne e i numeri dei femminicidi raccontano di un problema che è ancora irrisolta emergenza sociale. Cosa fare allora? La mostra, oltre a mostrarci la condizione femminile nel mondo antico, ci offre anche l’opportunità di ricordare alcune donne che diedero contributi importanti alla scoperta e alla conoscenza di Pompei: Carolina Bonaparte, Wilhelmina Jashemski, Tatiana Warsher, Olga Elia. E oggi? Oggi c’è una squadra di duecento donne che lavorano in diversi ambiti nel Parco Archeologico e il loro lavoro e le loro competenze sono indispensabili. Da qui bisogna partire, da indipendenza e parità economica, proponendo una narrazione della donna capace di autodeterminarsi e lasciare che la sua autonomia non sia vista come un privilegio ma garantita come inviolabile diritto. (an.fu.)
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